Usi e costumi del caffè – a Milano

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Qui ho preso questo caffè al ginseng (prima e ultima volta) insieme a una brioche nera. No, non è bruciata: adesso a Milano c’è la moda di mettere il carbone vegetale nelle cose, pare che aiuti a digerire. Infatti ho fatto aggiungere la marmellata perché non mi piace vincere facile.

Se c’è una cosa che ho ritrovato in tutti i posti in cui sono stata, questa è sicuramente il caffè.

Gli usi e i costumi di questa bevanda cambiano a seconda di dove la si beva: in Italia, ad esempio, ci sono infinite regole non scritte che riguardano il caffè (chi non ha guardato male lo straniero che chiede un cappuccino dopo pranzo o addirittura dopo cena?!). Così capita che, come quando si ha a che fare con abitudini poco familiari, si voglia avere per forza ragione su come sia giusto fare le cose. Mi è capitato di pensare più volte “Si dice espresso, non expresso!”  quando lavoravo a Londra un paio di anni fa. Col tempo, non solo si impara a superare con filosofia tali offese al buongusto, ma addirittura capita di adottare noi stessi certe abitudini strane.

In Italia vivo e bevo il caffè in un modo che è completamente diverso da come lo vivo a casa in Croazia (o anche da come lo vivevo mentre ero in Erasmus a Londra). Essere bilingue non vuol dire solo parlare due lingue, ma anche essere a stretto contatto con culture più o meno diverse. In questo caso, dato che le abitudini sono diverse da un paese all’altro, si sono sviluppate in parallelo, così come le parole caffè’ ‘kava‘.

In Italia

Ognuno di noi vive questo evento quotidiano in modi che variano leggermente ma che hanno tutti in comune una cosa: l’equazione caffè = espresso.

Come molti altri italiani, a casa ho la macchinetta con le cialde (quella di George, per intenderci) e ogni mattina mi preparo la mia tazzina. Se me ne ricordo la bevo pure. Se no, alla sera, prima ascolto estrema cum patientia quello che ha da dire madre sugli sprechi, poi lo trasformo in scrub (unito al contenuto della capsula usata). Perché io sono nèciural.

Quando sono a Milano il caffè lo bevo di passaggio. È così che ho sempre visto fare a mio padre, che lo prende in piedi al bar e poi paga con l’abbonamento. A noi milanesi piacciono le cose che non fanno perdere tempo, e berlo al bar ci regala anche questo piacere. Mi è stato insegnato che per gli italiani il caffè è ristretto, nero e intenso, senza vie di mezzo. La piccola grande eccezione è il cappuccino, che personalmente giustifico col fatto che nella tazza grande c’è più spazio per pucciare la brioche. E poi a chi non piace l’accoppiata grasso del latte + burro? Serve a far sembrare più leggeri gli altri pesi della vita, dopotutto.

Sta di fatto che, in Italia, per me il caffè è un’esperienza personale che non condivido, persino quando sono con altre persone (rigorosamente in piedi al bar). Sono sempre io con il mio caffè, gli altri e i loro caffè. Non solo, mi sento quasi a disagio se mi capita di sedermi al tavolo: tanto cos’abbiamo da dirci la solita micro tazzina e io?

 

 

P.S.: Un caffè con George però lo prenderei.

 

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Un pensiero su “Usi e costumi del caffè – a Milano

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